
Data: 1997/2000
Localizzazione: Funchal, Madeira, Portugal
Area: 20.000 m2
Cliente: Câmara Municipal do Funchal
Classificazione: 1º Premio
Coordinatori di progetto:
João Ferreira Nunes, Carlos Ribas.
Collaboratori di progetto:
Nuno Jacinto, Teresa
Marta, Patrícia Ramalho, Sandra Ferreira, Cristina Vasconcelos.
Altri collaboratori:
Luiz Moreira, Jorge Bastos, Lacerda Moreira.
Crediamo che le città si disegnino, che le loro forme si definiscano a partire da un gioco di tensioni tra spazi con significati diversi, da un intreccio di attrazioni e di barriere il cui risultato è, infine, un disegno, come le tracce di una lotta o di una danza che abbia dimorato a lungo nel terreno.
L’analogia diventa quasi un luogo comune quando ci riferiamo a Strade, Piazze, Periferie, Vuoti e Costruiti, ma nel pensare ai giardini, che allo stesso modo possono essere visti come vuoti o pieni, le tensioni che si stabiliscono dipendono, così, dalle potenzialità progettuali proprie di ogni spazio, e dalle relazioni che si stabiliscono come conseguenza di queste potenzialità nella periferia che si genera tra questi spazi ed il loro contesto immediato.
La città è sorta laddove la spiaggia termina. Dove i ciottoli terminano, facendo capire che il Mare là non arriva, è stata eretta la muraglia, la prima linea di case, la prima strada. Si è vissuto per secoli con il caseggiato che franava lungo il declivio e si schiacciava contro questa parete, grande, massiccia, scura. I primi terrapieni dal lato del mare sono stati realizzati con il muro ancora in piedi. Gli spazi risultanti ospitavano funzioni che fino ad allora non esistevano. Quando questa barriera sparisce la città mantiene la sua forma, come se uscisse da uno stampo, o come un arto ingessato che, liberato dall’ingessatura, stenta a muoversi o a crescere. I terrapieni frontali, che nel frattempo si sviluppano e si consolidano, mantengono una logica di occupazione di nuove funzioni nella Città che si sta sviluppando, separando fisicamente ed emotivamente dal mare. Diventano loro la barriere.
Come in molte altre città fluviali o di costa, si assiste alla formazione di un limite inusuale tra la città ed il mare, bordo spesso e insormontabilite, limite abitato da una vita propria, spesso marginale alla vita della Città.
La riqualificazione delle zone antiche della città risulta necessaria per la riconversione di questi spazi, funzionale e di immagine, che si attua, spesso, come un’azione di chirurgia plastica, di rimozione di una cicatrice attraverso il trapianto di un’epidermide nuova o, più semplicemente, attraverso una mera operazione di cosmetica. Concettualmente si è tentato, con la presente proposta, di evitare il percorso che questa analogia suggerisce. Invece di ricorrere a pesanti tecnologie chirurgiche, abbiamo cercato una interpretazione accurata dei tessuti, l’orientamento, con manipolazioni puntuali, dei processi di cicatrizzazione inerenti ai bordi che si intende rimettere in contatto, in modo che le loro tensioni, riattivate, recuperino la forza di vettori nel disegno della città.
Il disegno sorge, così, come un’attitudine del sito stesso, tradotta nelle caratteristiche del suolo, della luce o dell’ombra, di texture contrastanti. Prima di definirsi come spazio abitato, il luogo reagisce, infine, alle pressioni che in esso si esercitano, si deforma, liberato, in un movimento tettonico che porta nuove forme, nuove situazioni, nuove relazioni. Poi, è abitato. I percorsi si attaccano alle quote più basse, alla ricerca di un passaggio più comodo. Le soste di svago passivo si collocano negli angoli più intimi, più riparati, e le zone di svago infantile cercano la maggiore apertura di una piccola valle.
La modellazione del terreno enuncia un principio a cui la vegetazione reagisce. Le zone più umide ospiteranno un rivestimento diverso dalle zone di pendice o di vetta. Il giardino diventa un ritratto in miniatura di un sistema organico, e la natura invade lo spazio, non attraverso la copia di un’immagine, ma attraverso la descrizione dei suoi processi.







